«Bisogna volare sempre alti. A sostenerci è l’arte e cultura del nostro territorio»

Dai nuovi locali di “CasaConcia” Simone Remi, presidente del Consorzio Vera Pelle Italiana Conciata al Vegetale, lancia l’invito a fare sempre più cultura, perché solo così si difende il prodotto di qualità contro la massificazione.

Il Consorzio Vera Pelle Italiana Conciata al Vegetale ha cambiato sede trasferendosi in una nuova struttura, “CasaConcia”, ricavata ristrutturando una porzione della storica Conceria dell’Orologio di Ponte a Egola. Tramite il recupero di un pezzo di patrimonio archeologico industriale locale si è voluto creare un nuovo contesto strutturale in grado di rappresentare e valorizzare il prodotto “pelle”, il saper fare toscano e la creatività propria dei maestri toscani nel settore della concia. A fare gli onori di casa durante la cerimonia di inaugurazione ufficiale della nuova sede che si è tenuta a inizio aprile è Simone Remi, presidente per il quarto mandato del Consorzio, che ci ha rilasciato questa breve intervista.

Uno scorcio di CasaConcia

Quali sono i motivi che l’hanno spinta ad assumere per più mandati il ruolo di presidente del Consorzio?

Come titolare io stesso di una conceria associata, credo fermamente nell’utilità del Consorzio per cui svolgo da più mandati il ruolo di presidente. Sono infatti convinto che per le nostre imprese, realtà piuttosto piccole per dimensione, sia indispensabile poter contare su un organismo super partes che le rappresenti, a cui delegare tutte quelle attività di comunicazione sulla qualità della nostra produzione, sulla nostra tradizione e cultura conciaria e sul forte radicamento delle nostre aziende al loro territorio necessarie al sostegno delle nostre imprese.

Con quali obiettivi avete realizzato CasaConcia e quali attività verranno svolte all’interno dei suoi locali?

Oltre a ospitare in una piccola area i nostri uffici, la nuova sede sarà organizzata in due spazi ben distinti: il primo avrà la funzione espositiva, per accogliere mostre di pittura, scultura, mostre fotografiche, pièces teatrali e attività per il sociale, come i programmi di incentivazione alla lettura concordati con i Presidi delle scuole elementari e organizzati per le loro classi quinte, con il coinvolgimento di un attore del Teatro Quaranthana di Corazzano che dovrà cercare di appassionare i ragazzi a questa attività. Nel secondo spazio, invece, oltre a seminari tecnici sulla lavorazione della pelle, come per esempio gli eventi collegati a Craft the Leather, verranno organizzati incontri su tutto quanto riguarda la “toscanità”, la sua eccellenza e cultura nei più svariati settori: dal vino al marmo, dai tessuti alla pelle, ospitando Professori dell’Accademia delle Belle Arti di Firenze. Dialogheremo con chiunque parlerà del nostro territorio, perché in una terra fortemente caratterizzata dall’arte la prima parola, secondo noi, spetta agli artigiani. Ci hanno accusati per anni di nanismo industriale senza capire che invece è il contenuto unico dei nostri prodotti, fatto di cultura, tradizione e artigianalità da sostenere, valorizzare e salvaguardare.

Simone Remi

Negli ultimi anni si parla tanto di ecologia, sostenibilità, rispetto ambientale. Qual è il suo pensiero al riguardo?

A mio parere, è ora di smetterla di parlare di pellame ecologico o di produzioni ecologiche perché non è possibile produrre a impatto zero. Ci sono produzioni che rispettano le normative e altre che non lo fanno, come quelle realizzate per esempio in Cina, che spedisce in Italia i suoi prodotti con il beneplacito dei politici. Si parla anche tanto di rispetto ambientale. Bisognerebbe invece avere il coraggio di dire, come noi facciamo da anni negli eventi che organizziamo a New York, Tokio, Seul, Londra e anche in Italia, che bisogna consumare meno, ma consumare meglio. E questo lo si può fare solo scegliendo prodotti di qualità, che sono riparabili, a differenza di quelli qualitativamente inferiori che possono essere solo buttati, creando un forte inquinamento. Il rispetto ambientale è un problema che coinvolge in prima persona noi che produciamo, ma anche il consumatore, che deve iniziare a consumare in maniera più consapevole. Non dimentichiamoci che le risorse della terra non sono infinite e quindi anche la spinta al consumo ha confini ben definiti oltre ai quali non è ragionevole andare.

Crede che i giovani siano più sensibili riguardo a questa tematica?

Le nuove generazioni, culturalmente più evolute e consapevoli, sembrano molto più sensibili a un discorso di qualità e di rispetto dell’ambiente e questo loro atteggiamento mi rende ottimista. Come artigiani e produttori di articoli molto particolari, di qualità, legati al territorio, non abbiamo altre scelta: la via da seguire per noi è solo la qualità. Quello che siamo in grado di offrire è un valore aggiunto al pellame che deriva proprio dalla nostra cultura, dalla nostra tradizione, dal nostro territorio. Sono queste le armi che abbiamo a disposizione ed è su questi valori che dobbiamo puntare, utilizzando tutti i mezzi per comunicarli.

Cosa volete comunicare?

Anche attraverso il nostro magazine vogliamo comunicare la filosofia di vita della pelle conciata al vegetale. Non abbiamo iniziato adesso a fare divulgazione. CasaConcia è un progetto che abbiamo realizzato ora, ma che rappresenta solo un punto di passaggio del nostro percorso. Sono ormai dieci anni o più che facciamo comunicazione, in Giappone, Corea, America, Francia, Inghilterra. E i risultati si fanno vedere. Ora come ora, sono circa da 1,5 a 2 milioni di cartellini di garanzia venduti ai nostri clienti che li utilizzano per valorizzare i loro prodotti che vanno al consumatore finale. Le aziende stanno ormai capendo che un prodotto di qualità, per essere tale, deve sapere raccontare al consumatore chi lo ha fatto, come lo ha fatto e dove. E con il nostro cartellino lo possono fare.

Collaborate stabilmente con le principali scuole di design del mondo attraverso “Craft the Leather”. Quali sono gli obiettivi di questo progetto? Come viene vissuto dai giovani che ne vengono coinvolti?

Craft the Leather coinvolge tutte le principali scuole di design italiane ed estere e i giovani sono molto entusiasti di questo nostro progetto. Venire qui in Toscana, vedere come reagisce la nostra pelle alle lavorazioni è un’esperienza che li affascina molto. Tra gli stranieri, moltissimi rimangono in Italia, li ritroviamo a lavorare nelle più grandi aziende italiane e continuano a utilizzare la pelle conciata al vegetale. Per promuovere la nostra pelle bisogna sapere fare cultura, perché il nostro non è un prodotto che non da problemi, al contrario: è particolarissimo, non è standardizzabile, ma dà un risultato finale ineguagliabile per chi sa apprezzare la pelle naturale.

Qual è la sua opinione in merito al problema del ricambio generazionale: ci sono giovani interessati a lavorare in una conceria?

Se una conceria o un calzaturificio si presenta in maniera chiusa e ferma al passato, è difficile che un giovane ne sia attratto. Se invece gli si mostra come il nostro lavoro abbia contenuti di creatività, cultura, offra un bagaglio di esperienze in giro per il mondo, in occasione di fiere, eventi di comunicazione, credo che possa essere appetibile anche per un giovane. Le nostre concerie permettono di indossare un camice bianco per tutta la settimana senza che si sporchi; per sollevare i carichi ci sono ormai i transpallet e i muletti. Quindi, non è più il mestiere di una volta: del passato è rimasto soltanto il fascino quasi alchemico di lavorare un materiale vivo come la pelle.

Qual è il messaggio che si sente di rivolgere alle aziende del suo settore?

L’invito che mi sento di fare è quello di cercare sempre di volare il più possibile in alto, perché c’è sempre tempo per camminare per terra. Ma bisogna farlo davvero, perché per noi PMI l’unico modo per contrastare la massificazione e la globalizzazione con un prodotto di qualità è continuare a fare cultura. Ma non solo della pelle, perché l’abbiamo sentito dire miliardi di volte, cultura in un senso più ampio e trasversale: cultura del territorio, del pensiero, dell’arte.

‘Tutto quello che sto per dirvi è falso’
Nello spazio espositivo del marchio “Vera pelle conciata al vegetale in Toscana” chiamato “CasaConcia” il 26 aprile scorso si è svolto “Tutto quello che sto per dirvi è falso”, lo spettacolo teatrale, organizzato da Unic in collaborazione con il Consorzio Vera Pelle Italiana Conciata al Vegetale, incentrato sul tema della contraffazione, un fenomeno che si è impadronito di tutti i principali momenti della nostra vita quotidiana. I “falsi” costituiscono infatti un dramma sociale, spesso trascurato dai media e non percepito nella sua pericolosità dai consumatori. Provocano danni alla salute di chi li acquista e distruggono economia, lavoro, diritti sociali, dignità umana e identità del made in Italy. Con “Tutto quello che sto per dirvi è falso” il teatro indaga sul business della contraffazione a 360 gradi, compresi gli ambiti in cui il “falso” prospera (agroalimentare, moda, farmaceutica, meccanica, audio/video, ecc.). In un palcoscenico trasformato in magazzino merci, Tiziana Di Masi ha alternato racconto e interazione con il pubblico nella costruzione di un appassionante show multimediale.
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