Lavorazioni delle pelli: esercizi di economia circolare

La consapevolezza del carico ambientale delle lavorazioni delle pelli ha stimolato negli anni il comparto a effettuare investimenti ingenti con risultati notevoli in termini di sostenibilità e performance dei materiali. ecco alcune esperienze incoraggianti.

Partiamo dalla Stazione Sperimentale per l’industria delle pelli e delle materie concianti, organismo di ricerca fondato nel 1885 a Napoli e sostenuto dalle Camere di Commercio di Napoli, Pisa e Vicenza. Dalla fine del 2017 l’ente – che è tra i soci del nuovo Cluster Nazionale Made in Italy promosso dal Miur – ha lanciato un importante programma di ricerca finalizzato a sostenere le imprese su due driver di innovazione: economia circolare e industria 4.0. La Stazione è inoltre impegnata a monitorare costantemente i fabbisogni di innovazione del settore e a operare in partnership con Cnr e Università italiane e straniere tanto che si è aggiudicata il premio Innovazione Smau 2018 per le azioni in campo formativo. Le aree di ricerca green riguardano sia lo studio di prodotti chimici per il trattamento delle pelli, sia i processi di depurazione con recupero di sostanze chimiche da reinserire nelle fasi produttive ma adottando metodologie di controllo e di valutazione oggettiva dei dati fino alla metodologia LCA (Life Cycle Assessment). I programmi si concentrano quindi sullo studio delle caratteristiche chimiche e fisiche del cuoio metal-free, sulla valutazione del grado di biodegradabilità delle pelli conciate con modalità diverse. Alcuni studi recenti hanno permesso ad esempio ai ricercatori della Stazione di valutare preferibile la concia tradizionale al cromo alle tecniche alternative per quanto riguarda i carichi inquinanti. Negli scarichi idrici il cromo trivalente (da non confondersi con il cromo esavalente la cui pericolosità cancerogena è nota) risulterebbe più controllabile e recuperabile. Interessante anche la produzione di biostimolanti per l’agricoltura ottenuti dal carniccio o il recupero del pelo come materia prima da destinarsi alla cosmetica e all’industria farmaceutica. Per quanto riguarda le opportunità offerte dalle tecnologie digitali per ottimizzare i processi progettuali e produttivi, la Stazione ha invece attivato RaIDto4.0 (Research and Innvoation Driving for Leather and Fashion Industry). Sono previste, oltre ad azioni di supporto alle imprese e formazione all’uso dell’innovazione digitale, incubatori, acceleratori e FabLab, cioè laboratori in cui sperimentare le nuove tecnologie, oltre ad azioni di trasferimento di conoscenze e pratiche innovative sulla filiera.

Prodotti naturali nella concia

Si chiama Coconat il progetto di ricerca avviato dal Polo Tecnologico Conciario di Santa Croce sull’Arno che punta a sperimentare l’impiego di scarti alimentari nella produzione di coloranti e ausiliari destinati al processo conciario riducendo così il carico inquinante dei reflui di produzione. In questo casi si tratta di scarti dell’industria orto fruttifera e agroalimentare: pomodori, cipolle, olive e melograni che possono essere utilizzati come concianti innovativi ed ecologici grazie alla componente di polifenoli. Il progetto è promosso nell’ambito del Programma Operativo Regionale Toscana Fesr 2014-2020/ Bando Progetti Strategici Ricerca e Sviluppo e conta tra i partner la Conceria Lufran (capofila), Italven Conceria, KLF Tecnokimica, TECNO, UNIPI (Dipartimento di Ingegneria Civile e Industriale), oltre al Consorzio Polo Tecnologico Magona ed Everest. è presto per parlare di risultati conclusivi ma qualche dato interessante è già emerso: grazie all’uso di scarti vegetali, altrimenti destinati alla discarica o alla termovalorizzazione, si ottengono importanti vantaggi ambientali ed economici: i costi di concianti e coloranti possono essere ridotti di oltre il 50%, del 20% quelli relativi allo smaltimento da parte dell’azienda, mentre il quantitativo dei fanghi da depurare scenderebbe del 30%. Si aspettano ora i risultati delle sperimentazioni della fase semi-industriale.

Uso di acqua da consumi civili

Si tratta di un progetto realizzato nell’ambito del POR FESR Toscana 2014-2020 che impegnerà per tutto il 2018 i ricercatori del depuratore Aquarno di Santa Croce, di Poteco, dei Laboratori Archa, DeltAcque, delle concerie San Lorenzo, Settebello e Victoria. Obiettivo: usare nei processi di concia reflui civili previa depurazione riducendo al minimo gli emungimenti. Ad oggi l’impianto pilota appositamente realizzato riesce a produrre fino a 100 m3/giorno di acqua affinata, in grado cioè di soddisfare dal punto di vista qualitativo le esigenze del processo di lavorazione della pelle ma una volta a pieno regime i quantitativi sono destinati ad aumentare con vantaggi per le imprese del territorio e per l’ambiente.

Cosa fare degli scarti dei processi di concia
Una notizia interessante arriva invece da Oltralpe. L’azienda chimica tedesca Lanxess ha avviato il progetto REEL “Resource-efficient production of leather chemicals” in collaborazione con l’Istituto di ricerca Invite e con la conceria Heller-Leder. REEL è supportato dal Ministero federale tedesco dell’Educazione e della Ricerca e proseguirà per tutto il 2018. In questo caso l’obiettivo è produrre ausiliari chimici utilizzando residui dell’attività conciaria. Nel dicembre scorso sono iniziati i test di prova di un impianto pilota presso la conceria Heller-Leder di Hehlen, in Bassa Sassonia e i primi risultati sembrano incoraggianti: partendo da 2 m3 di scarti di rasatura wet-white è stata ottenuta una tonnellata di riconciante X-Biomer, informano da Lanxess.

Il tema è certamente nell’agenda di Istituti di ricerca e imprese anche in Italia. Come abbiamo visto non mancano ricerche e buone pratiche (ad esempio rimuovere meccanicamente il sale dalle pelli in ingresso anziché discioglierlo in acqua per usarlo sui manti stradali come antighiaccio), ma i vincoli amministrativi alla gestione degli scarti di produzione rappresentano un limite oggettivo alle pratiche di circolarità nel sistema produttivo. Un problema che i produttori non perdono occasione di sottoporre ai politici da cui si aspettano soluzioni concrete per poter gestire gli scarti di produzione come sottoprodotti (quindi riciclabili e/o riutilizzabili) e non rifiuti applicando così i principi dell’economia circolare nel sistema produttivo italiano. E mentre il 18 aprile scorso il Parlamento Europeo, dopo anni di stop and go ha licenziato il pacchetto sull’economia circolare in base al quale almeno il 55% dei rifiuti urbani domestici e commerciali dovrà essere riciclato, si aspetta un supporto legislativo per poter trasformare i risultati delle ricerche e delle sperimentazioni in pratiche di quotidiana sostenibilità.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here